Nel corso dei secoli l’Europa, e non solo, è stata colpita da numerose epidemie di diversa intensità, come la peste nera o il virus Sars-Cov-2, che hanno comportato alcuni cambiamenti. Tra gli ambiti più colpiti vi sono sicuramente la demografia ed il territorio. Come si è trasformato dopo la pestilenza del XIV secolo? E con l’attuale pandemia di Covid-19?

Gli effetti delle ondate di peste sul territorio

Il forte calo demografico per le epidemie ripetute, dopo la grande peste del 1348, ebbe importanti effetti sulle campagne e sulle città d’Europa che conobbero alcune trasformazioni. In generale, si può affermare che nel tardo Trecento molti villaggi furono abbandonati e caddero in rovina; molti campi restarono incolti; intere aree si spopolarono e diventarono paludose, come la Maremma; la maggioranza delle città perse circa il 40% della popolazione; calarono le rendite signorili e scoppiarono, per diverse e specifiche cause, numerose rivolte popolari, sia in campagna (Jacquerie) che nelle città (Ciompi), segno di un malessere diffuso. Molti fattori di indubbia crisi, però, furono controbilanciati da altri positivi: si rimescolò la popolazione per il ripopolamento dei luoghi abbandonati o perché molti si trasferirono nelle città; si abbandonarono le terre meno produttive e si diversificarono le attività e le colture (dalla vite all’allevamento); terre, beni, botteghe cambiarono proprietari e in molti luoghi si verificò una concentrazione di fortune; il costo della manodopera, sia in città che in campagna, salì; crebbe la ricchezza pro capite e migliorarono le condizioni di vita per una percentuale significativa della popolazione. Si verificarono, insomma, una serie di cambiamenti che portarono a una ristrutturazione della società medioevale e che, per convenzione, vanno sotto il nome di crisi del Trecento, dove crisi dunque non significa decadenza per tutti gli storici. 


L’impatto dell’epidemia di Covid-19 su città e campagna

Il fenomeno di urbanizzazione è un fenomeno che negli ultimi decenni è stato auto-generato. In particolare per il senso di sicurezza che le città hanno sempre instillato, per il lavoro e l’offerta di servizi.  Con il Coronavirus ci si è resi conto invece della bassa qualità della vita, per questo motivo il fenomeno della disurbanizzazione sta avvenendo in molte città: da Roma a Milano, a Parigi, e soprattutto a New York, dove si contano circa 300mila abbandoni della città in questi ultimi mesi. Il Covid-19 e la disurbanizzazione potrebbero costituire però un’opportunità, sia per la distribuzione di risorse sul territorio, sia da un punto di vista sociale e umano. Bisogna riuscire a garantire le infrastrutture su tutto il territorio nazionale e ripensare l’organizzazione degli spazi, sia pubblici che privati. Il problema è ricostruire il rapporto tra città e campagna. E’ necessario ricostruire un equilibrio tra smart city e smart land. Bisogna rimettere in mezzo il territorio, cioè la costruzione sociale, e riuscire a conciliare da una parte l’ambiente e dall’altra il digitale. Le persone che vogliono andare a vivere in campagna cercano posti tranquilli ma non desolati, anzi abitati. Oggi esiste già la rete degli agriturismi italiani, ma è necessario trovare un sistema per premiare la residenzialità in questi posti. In questi mesi abbiamo avuto una falsa rappresentazione dei borghi, che ora però stiamo riscoprendo. Esiste un’Italia che non è marginale, ma è stata marginalizzata, per via di una visione urbano-centrica che ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza durante il Coronavirus.

Il cambiamento presente e futuro nel design delle città

La pandemia di coronavirus e il confinamento hanno cambiato non solo il nostro modo di rapportarci alla città, ma anche il suo design. Le prime modifiche sono state rapide e circostanziali, come le restrizioni riguardanti gli spostamenti, i divisori nei supermercati, i segnali sui pavimenti, i balconi convertiti in centri di attività sociale o la trasformazione delle fiere in ospedali appositi per l’emergenza Covid. Molti altri cambiamenti, invece, saranno le basi su cui si poggeranno le città post Coronavirus. Una delle principali conseguenze a breve termine sarà inevitabilmente un maggior ricorso al trasporto privato e l’avversione per il trasporto pubblico. La bicicletta è l’alternativa più economica ed efficace che si consoliderà in questo periodo. Milano, ad esempio, ha annunciato che tra i piani per fronteggiare il Coronavirus c’è la progressiva realizzazione di 35 nuovi chilometri di piste ciclabili. Questo e soprattutto le misure di blocco porteranno, dunque, anche ad un miglioramento della qualità dell’aria. Tra le misure a breve termine adottate dai comuni ci sarà anche l’installazione di elementi di segregazione sociale nei luoghi pubblici. Inoltre si assisterà ad un cambiamento nei materiali utilizzati nei diversi settori produttivi: torneranno in voga rame e bronzo, visto il minor tempo di permanenza del virus sulla loro superficie. Un maggior ricorso al telelavoro e la riscoperta del proprio quartiere di residenza potrebbero essere tra gli effetti a lungo termine della pandemia. Il fatto che più persone lavorino da casa porterà cambiamenti negli uffici, che dovranno ospitare meno posti di lavoro, e nel tessuto urbano di ristoranti e caffè, che finora era stato sostenuto da quei lavoratori che invece ora rimarranno nei loro quartieri. Il declino di alcuni servizi centrali nelle città e il rafforzamento di molti servizi di quartiere porteranno alla nascita di nuovi centri. Anche l’edilizia abitativa cambierà a medio termine verso ambienti più confortevoli che richiederanno uno spazio per il telelavoro e la terrazza. Questo porterà a cambiamenti nei regolamenti urbanistici. Le città post Coronavirus dunque saranno più verticali, con più alberi, parchi e luoghi per l’attività fisica nei quartieri.

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